Uccidete la democrazia
Domani in edicola… insieme a Diario.
Roba da comunisti…
Domani in edicola… insieme a Diario.
Roba da comunisti…
Bellissimo video.
Il lamento è l’unica licenza che ci è rimasta.
(via dotcoma)
Studio60 è davvero un bel serial.
Dandyna scrive della sua malattia tremenda.
La leggo e penso che dovremmo leggerla tutti, specialmente come genitori.
Vado all’IKEA ed è pieno di gente che compra.
Vado al Carrefour ed è pieno di gente che compra.
Vado in centro ed è pieno di gente che compra.
Il TG2 Costume e Società è pieno di gente che si rilassa con massaggi ayurvedici alla vinaccia e all’ambra elettrificata.
Per strada è pieno di gente in SUV che fa il pieno al distributore.
L’orchestrina sul ponte suona un ragtime d’altri tempi.
P.S.: Il punto è che non puoi lamentarti che la barca affonda e intanto ballare come niente fosse.
Cominciamo a sentire la tensione. Gemma nascerà verso fine anno e noi stiamo già fremendo.
Un po’ per ingannare l’attesa, un po’ perchè è giusto arrivare preparati all’appuntamento, stiamo facendo i primi/ultimi acquisti.
Per esempio, la fascia portabebè.
Sabato abbiamo trasformato una sincera convinzione in dato di fatto, comprando una fascia Didymos.
Probabilmente Gemma vedrà di rado una carrozzina e potrà godere, specialmente nei primi mesi di vita, del calore diretto del corpo di mamma e papà.
Siamo felici di questa scelta e ci auguriamo che sia realizzabile nei fatti, al di là dei buoni propositi. I dubbi che abbiamo riguardano più che altro come e quanto vestirla in questi mesi invernali.
Quando è nato Giosuè infatti, una delle cose che mi piaceva di più era sentirmelo addosso, spalmato sulla pancia o col musino appoggiato sulla spalla, e penso che piacesse anche a lui sentire che papà e mamma lo tenevano in braccio il più possibile. Analogamente mi spiaceva non tenerlo in braccio durante le prime passeggiate.
Ora probabilmente potremo fare diversamente.
Nell’attesa che la fascia, ordinata su internet, arrivi, ci aspettano altri acquisti. Carolina è presa dal sacro fuoco zen della puericultura ecologica ed ecocompatibile e quindi mi sta facendo una testa così con pannolini in materbì, non sbiancati, lavabili e altri sistemi originali per evitare che Gemma colori in modo originale le sue tutine e la nostra preziosa fascia.
A parte gli scherzi, stiamo affrontando questa nuova esperienza con più cognizione di causa rispetto a quando è nato Giosuè. Anche dal punto di vista etico. Organizzativamente invece, la cosa in alcuni contesti è sicuramente d’aiuto, in altri, il sapere cosa ci attende, ci mette un po’ in fibrillazione. Vedremo.
Banner delirante e abbastanza paradossale di Alitalia su Repubblica.it.
Anche ammesso che sia comprensibile il riferimento alla sicurezza del volo, con tutti i voli cancellati quest’anno tra scioperi e proteste varie, bisognerebbe dare una mazza ferrata virtuale in testa a chi ha partorito questa genialata.
Sembra, pare, si dice che il blog della Bonduelle sia una schifezza.
Può darsi. Probabilmente è vero. Non so.
Non so perchè personalmente trovo quel blog squisitamente trash, proprio come la famiglia che ne è protagonista.
Ma in realtà non intendo trash. Intendo trash trash, e sicuramente non nella connotazione negativa che ne dà MiniMarketing.
Insomma, perchè non considerarla una comunicazione perfettamente in linea e coordinata con gli spot tv?
Poi, per carità, magari si tratta di un effetto assolutamente involontario. O io ho completamente travisato le intenzioni di chi ha realizzato questa campagna di comunicazione.
Tutto è possibile.
Intendiamoci, non voglio dire che l’operazione blog di Bonduelle sia riuscita in pieno. Ecco, diciamo piuttosto che, secondo me, il blog di Bonduelle è andato vicino all’obbiettivo. Il piccolo grande errore, fatale, sta tutto nell’aver voluto (o dovuto) mantenere in alcuni contesti un ambito di verosimiglianza con i blog genuini, di non aver voluto (o potuto) creare una situazione narrativa talmente folle da essere spudoratamente falsa, estrema, e quindi “godibile” (lo spot mi sembra una traccia abbastanza chiara in questo senso). Dove sta la resposabilità di questo? Progettazione dell’agenzia, coraggio del cliente… tempo perso.
Insomma, alla fine, si tratta solo di un (altro) blog finto riuscito in parte (e quindi anche di un fallimento, almeno parziale). Tutto qua.
Io direi: vabbè, peccato, occasione persa. Avanti il prossimo.
Oppure mi piacerebbe discutere sul perchè si sia scelto di rappresentare una parodia grottesca della (nuova?) famiglia italiana.
Invece ecco levarsi alte le voci, autorevoli, della condanna, della stroncatura, della gogna.
Ehi! Sparate sulla Croce Rossa, piuttosto!
Questa velocità e uniformità nel prender posizione sì che mi ha stupito, tantopiù che si tratta di voci autorevoli nelle argomentazioni e spesso pacate nel giudizio.
Ho letto invece toni aspri, che mortificano nella sostanza un lavoro che può piacere o meno, ma che indubbiamente c’è, e che mi fanno pensare piuttosto a un irrazionale e diffuso timore che, dall’oggi al domani, così come sono arrivate le attenzioni sulla comunicazione web (e relative voci di bilancio delle aziende), se ne tornino su canali più tradizionali e garantiti.
E’ possibile che sia dovuta a questo, tutta questa energia? Alla prospettiva di una grande fuga delle aziende dal web2.0?
Non penso che sia uno scenario plausibile.
Son cose di 5 anni fa.
No, piuttosto bisogna dare il tempo a tutti (tutti) gli attori coinvolti in queste dinamiche di crescere nella consapevolezza del linguaggio usato.
L’approccio distruttivo, alla lunga, a chi giova?
Il lavoro paterno non fa problema per il benessere psico-fisico dei bambini piccoli perché le cure/tempo paterni non sono pensati come indispensabili allo stesso modo di quelle materne. Ancor meno si pensa che un padre “soffra” perché non può stare con il suo bambino se non nelle ore canoniche della sera e del weekend. Siamo sempre ancora fermi alle idee di Bowlby, psicoanalista dell’infanzia, che tanta importanza hanno avuto nel modellare il senso comune su queste cose – forse perché vi aderivano così perfettamente.
[...]
Queste idee sono tanto radicate non solo nei comportamenti, ma nelle stesse idee di normalità genitoriale e di genere, che un comportamento paterno che le contraddice non riesce a trovare una rappresentazione linguistica adeguata se non nell’ibrido termine “mammo” – insieme un surrogato della figura vera e una sorta fallimento della “paternità” ideale, poco scalfita dalla crescente attenzione per la rilevanza del rapporto padri-figli. Un padre accudente non sembra aver posto nel repertorio di immagini paterne positive per la prima infanzia ed anche per tutta l’età scolare, se non con i tratti vuoi della occasionalità (“quando è necessario ci sa fare”), vuoi della “festività” (la sera, il fine settimana, le vacanze).
[...]
I datori di lavoro in particolare considerano per lo più inaccettabile e una prova di scarso attaccamento al lavoro il fatto che padri chiedano il congedo genitoriale cui avrebbero diritto in base alla legge 53/2000. Ciò contribuisce a rafforzare l’idea che un “vero padre” non mette a repentaglio la propria responsabilità di principale breadwinner per assumere responsabilità di accudimento che potrebbero essere lasciate alla madre.
Questa convinzione che la presenza e l’accudimento da parte del padre siano meno necessari di quelli della madre in tutte le età della crescita informa molte scelte sia individuali che collettive, che a loro volta influenzano il modo in cui vengono prese le prime. Influenzano non solo la decisione circa chi eventualmente lascia il lavoro, o passa a lavorare part time, ma anche chi tra i due prenderà il congedo genitoriale e se, come padri, prendere o meno una porzione del congedo di propria spettanza durante i primi otto anni di vita; chi, tra il padre e la madre, sta a casa se un figlio è ammalato, “fa l’inserimento al nido”, prende ore di permesso se deve accompagnarlo dal medico o deve andare a parlare con gli insegnanti e così via.
Tratto da Paternità e Maternità. Non solo diseguaglianze di genere di Chiara Saraceno.
Sono solo 5 pagine, meritevoli di una lettura.