La voce della veritą
Domenica scorsa gita cultural-commerciale dalle parti di Torino.
Prima un giro veloce da Ikea, dove abbiamo comprato qualche oggetto per la casa e, come dice Giosuč, mangiato come le renne.
Poi ci siamo diretti verso Rivoli.
Destinazione: il museo d’arte contemporanea al Castello di Rivoli.
Pochissimi visitatori. Oltre a noi ho contato una decina di persone in tutto.
La ragazza della biglietteria ci informa che, essendo da sola, non ci puņ aprire l’ascensore e che quindi le scale - col passeggino di Giosuč - sono da fare a piedi. Un disabile avrebbe invece dovuto sperare nella grazia miracolosa e misericordiosa del Cristo, probabilmente.
Prima sala: un enorme anello di pietre rosse occupa tutta la stanza e si riflette idealmente in un dipinto sulla parete. Giosuč si avvicina incuriosito e tocca una di queste pietre.
L’addetta ci redarguisce: “Non fate toccare nulla al bambino, sono pietre preziose!“.
Giusto…
E’ arte contemporanea, preziosa, non come quella ordinaria arte rinascimentale che possiamo smanacciare in qualsiasi chiesa o piazza italiana.
Tutto quel che poteva interessarmi di questo museo (interazione, integrazione, assimilazione, vattelapesca) svanisce quindi subito…
Giriamo svogliati per il resto delle sale. Si salvano solo un paio di inquietanti opere di Cattelan, ma per il
resto ti chiedi davvero se sei tu un gran fesso o sono loro (gli artisti contemporanei) dei gran furbi… Probabilmente la risposta č fifty-fifty.
A un certo punto arriviamo davanti a un manichino vestito con un abito di latta.
Giosuč, tre anni, pur non essendo stato incoraggiato in alcun modo, esprime un suo giudizio personale che ci lascia a bocca aperta: “E’ la cosa pił brutta che abbia mai visto nella mia vita!”. Testuali parole.
Ci guardiamo sbalorditi per qualche momento e poi scoppiamo a ridere. Si mette a ridere anche lui…
Giosuč ha ragione da vendere.
Usciamo dal castello.
Giosuč, la nostra voce della veritą, critico d’arte per antonomasia, chiede con insistenza che gli venga restituito il suo demiurgo per la perfezione, uno squalo di pezza. Glielo diamo, se lo merita!
Torniamo felici nel nostro antro d’ignoranza.