Pacs Tibi
Leggo sul Corriere il parere di Ambra Angiolini sui Pacs.
Lei convive da 4 anni con Francesco Renga, da cui ha avuto una bimba, Jolanda. Di sposarsi non ci pensa neppure lontanamente. Eppure sostiene i Pacs dicendo:
Perchè se due non vogliono sobbarcarsi promesse e giuramenti, cambi di domicilio e quant’altro devono essere penalizzati?
Ambra, di quale matrimonio stai parlando? Di che giuramenti e promesse stai parlando?
Io mi sono sposato in Comune, matrimonio civile. Ho promesso alla mia compagna che avrei diviso con lei i beni e gli oneri, che avremmo deciso insieme la natura e l’indirizzo dell’educazione dei nostri figli, che ci saremmo presi cura l’uno dell’altra, nel rispetto reciproco e delle leggi dello Stato.
A fronte di quell’impegno lo Stato ci concede oggi alcuni (pochi) privilegi rispetto a chi non vuole sottoscrivere quel contratto reciproco.
Il matrimonio, quello civile almeno, è insomma un doppio contratto. Il primo riguarda due soggetti che decidono di vivere insieme, tutelandoli reciprocamente. Il secondo riguarda la coppia così formata e la comunità che si prende carico di riconoscere nei nuovi coniugi un nuovo soggetto civile, con i suoi diritti e i suoi doveri.
E’ giusto che ci sia una differenza tra chi sottoscrive un contratto e chi non lo fa. Non trovi?
Saresti disposta ad accettare la proposta di un dirigente Rai che ti dice: "Ma sì, a che serve il contratto, tanto lo sappiamo tutti che il programma lo fai con noi per tot soldi…". Non credo.
O forse ti sei immaginata il matrimonio solo come un giocoso e faticoso mix di altare, fiori, confetti, bomboniere, sacerdote, invitati, cenone, dj e trenino?
Allora forse non ci siamo. Non ci saremmo comunque, se il problema è sobbarcarsi qualche responsabilità.
Ecco perchè i Pacs non sono la strada, ed è giusto che vengano massacrati da destra e da sinistra.
Il punto è piuttosto che il contratto di matrimonio deve poter essere esteso a tutte le coppie. Il riconoscimento delle coppie di fatto, di tutte, anche quelle omosessuali, deve passare attraverso il riconoscimento da parte della società.
Pensare al matrimonio come sacramento religioso (sia esso cattolico, ortodosso, islamico e così via), da un lato esalta i valori precipui di quel credo (l’unione nella fede, la fedeltà reciproca, l’impegno al rispetto della vita come dono divino), dall’altro però ridimensiona il valore intrinseco del dettato costituzionale per cui tutti i cittadini sono uguali e, a prescindere da credo, razza e costumi, godono di uguali diritti, ivi compreso quello all’unione in matrimonio.
23/09/2005 alle ore 18:43
Come sai sono d’accordo con te. Pero’ oggi, leggendo l’intervista di Sabelli Fioretti a Grillini, mi e’ venuto un dubbio: e se a vivere insieme non fossero due persone (di qualsivoglia sesso) che si amano? se fossero, come dice Grillini, due vecchiette che si divisono le spese e i lavori domestici e cosi’ evitano la casa di riposo? E’ un’alternativa interessante per un futuro piu’ solidale.
1/12/2005 alle ore 14:04
ovviamente anche lontano facciamo le stesse riflessioni……….ma quanto mi manchi con le tue riflessioni quasi sempre sensate e le tue crisi d’ansia quasi sempre insensate, caro? sappi che non ti sposerei, ma potrei vivere con te condividendo la fatica di vivere e di morire…ti basta??