Style.it: alcune impressioni

by Matteo Balocco

La scommessa di Style.it è grande. Creare attorno a un nuovo marchio, nato sotto l’egida di Condé Nast, una vera e propria filiera per la generazione di contenuti bottom-up. Contestualmente creare un nuovo canale per la raccolta e la distribuzione di pubblicità in un contesto estremamente targettizzato. E per fare tutto questo utilizzare la logica 2.0 del network sociale, della community.
Il fatto che a promuovere questa iniziativa sia una casa editrice affermata e ben posizionata come Condé Nast è rivelatore. L’attenzione dei media tradizionali verso gli UGC ha ormai superato la fase del timore pregiudiziale e si stanno affacciando sul web nuovi e interessanti esperimenti di ibridazione.
Style.it è uno di questi e probabilmente ha le carte in regola per diventare un caso di studio nel suo genere. Un buon indizio di ciò è sicuramente rappresentato dall’esperienza di Mafe, che ha curato buona parte dell’area di community, ovvero del cuore pulsante e vitale del sito.
D’altra parte, ciò che rappresenta l’enorme opportunità per Condè Nast, ovvero l’apertura praticamente incondizionata agli User Generated Content, anche se limitatamente a una sua sezione – quella web, rappresenta anche il rischio maggiore in termini di rapporti con gli inserzionisti.
Quello di Style.it è probabilmente il primo vero tentativo di crowdsourcing editoriale basato su community. Si tratta di un salto quantico rispetto all’esperienza di OpenNòva e si distingue da essa per una politica di pubblishing ben più radicale, secondo la quale oltre alla possibilità di proporre i propri contenuti alla redazione, viene messa a disposizione una piattaforma completa di blogging. Se lo scouting di OpenNòva è indirizzato alle nuove generazioni, in un’ottica però di controllo e filtro preventivo ben definito, Condé Nast propone un approccio che scommette più sulla capacità della community stessa di autoregolarsi, consentendo l’emersione naturale dei talenti.
Questa ambivalenza tra opportunità/rischio nel farsi editori di contenuti non controllati alla fonte è ben chiara ai manager di Condé Nast, tant’è che è stata oggetto di lungo dibattito nell’incontro/anteprima di questa mattina.
Personalmente credo che questi timori, in larga parte fisiologici a un determinato approccio all’editoria, verranno superati dalla realtà della vita stessa di community e che questa ne genererà altri, magari imprevisti e più contingenti.
Il passo più importante è già stato deciso ed è rappresentato dalla trasformazione di un editore tradizionale in un fornitore di piattaforme per la produzione di contenuti.
Quali saranno gli sviluppi di questa esperienza è presto per dirlo.
Di certo nei prossimi mesi sarà interessante verificare quali saranno le evoluzioni di questo progetto, se darà vita a nuove gemmazioni editoriali sull’esempio di jpgmag.com, come ha suggerito Alberto Dottavi – proponendo anche un chiaro approccio al community management – o se sarà destinato ad altre sorti.
Io, nel frattempo, un side-blog styloso me lo apro!

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