Una ragione c’è, forse
Frammenti di discussione con Carolina.
Se c’indignamo tanto per il basso livello raggiunto dalle nostre istituzioni e dai nostri governanti, così come dalle organizzazioni che regolano la vita civile della nostra nazione, forse una ragione c’è, e chi ha visto il Blob di oggi, con spezzoni presi da trasmissioni RAI del ‘68 e anni seguenti, sa cosa intendo.
Si vedevano di continuo ragazzotti che si ammazzavano senza un vero perchè, ma pronti a nascondersi dietro il dito dell’ideologia.
Poveretti! Quanta energia sprecata…
I più scalmanati furono poi presi e messi in carcere… (nonostante tutto alcuni oggi sono comunque apprezzati editorialisti o romanzieri)
Il vero problema sono quelli che allora erano calmi e pacati: ce li ritroviamo ora saldamente in parlamento, al governo e come top manager.
L’immaginazione al potere, insomma.
Ma passerà anche questo (e allora arriveranno i paninari…brrrr)
25/08/2006 alle ore 11:10
So che è difficile da capire per la vostra generazione il clima di quegli anni. Del resto io ne avevo solo quindici e non avevo altro tratto se non l’esserci dentro, anche se solo di riflesso perchè mio fratello frequentava architettura alla statale di milano…
Qui a Vercelli, come sempre, in ritardo. Chi era Panagulis? Boh! il Viet.nam. Ah, c’è una guerra…anche allora, colpa dei comunisti.
Il vero sessantotto io lo ricordo per la fatica di mia madre ad arrivare a fine mese, con Aldo a Milano e la sottoscritta che voleva gli abitini alla moda, anche se confezionati dalla mitica sarta Giovanna. lo stipendio era quello di un funzionario di partito e mia madre è stata sempre molto in gamba.
Io avvertivo un disagio profondo con i miei compagni di liceo appartenenti alla piccola media borghesia di questa città . Stavo bene con le mie amiche di Borgo di provenienza operaia e contadina; anche adesso, quando c’incontriamo, la chiave di lettura è speculare. Sapevamo le fatiche dei genitori, sapevamo il valore degli studi, anche se si “tagliava” ogni tanto, sapevamo che era importante che approntassimo un paradigma per capire la complessità che ci aspettava.
L’immaginazione era la musica, la danza, pensare ad un mondo più giusto socialmente, perchè la libertà di morire di fame ci sembrava una gravissima ingiustizia umana.
Questo per me è stato, ed è, il sessantotto. Capisco i limiti del soggettivismo, ma credi, Teo, chi non è finito nelle maglie del terrorismo, della droga, o del carrierismo (con i dovuti distinguo) ha fatto degnamente il suo percorso anche grazie a quegli anni. Sempre stimolante la comunicazione! Bacio.