A Totanus in the Net è un blog sulla vita quotidiana, tra pannolini, browsers, politica, sogni e tutto quello che rende il nostro mondo il migliore dei mondi possibili. O forse no? Scritto principalmente da Matteo Balocco, con la partecipazione straordinaria, da San Francisco, di Dario Barbone.

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Welby Law

Condannare un essere umano a vivere una vita dolorosa e umiliante contro la propria volontà può essere considerato un atto violento, al pari della pena di morte verso chi invece desidera continuare a vivere?

La coscienza collettiva potrà anche dividersi tra etica e ragione ma io credo che a prevalere sia l’atto violento, la prevaricazione della società sul singolo.

Non mi spingo a giustificare il suicidio o addirittura il martirio, ma non posso non pensare al fatto che il mondo abbia conosciuto Bobby Sands e la sua battaglia solo perchè una ferrea volontà lo ha portato alla morte in un carcere di Sua Maestà. Una morte di protesta.
Prima di lui Jan Palach. Prima di Palach, tanti altri.
Cosa rimane insomma, a un uomo impotente di fronte alla totale avversità degli eventi, se non l’atto supremo di ribadire la propria volontà, almeno su sè stesso?
(Difficile a questo punto non pensare agli shaheed, i kamikaze islamici. Ma sarebbe comunque sbagliato farlo. Troppe le differenze nelle premesse e negli esiti dell’atto suicida, troppi i rischi di leggere affinità inesistenti)

Questa ferrea volontà, dicevo, ci fa paura. Ci fa paura perchè martirio significa testimonianza.
E non siamo da tempo più in grado di prenderci tanta responsabilità, o forse non riusciamo a spiegarci come si possa avere oggi tanta forza, tanto coraggio.

A Welby non è consentito di morire. Gli si concede però di vivere male, senza pudore, senza proprietà.
In definitiva non so se Welby sia un martire vivente (nel senso che il suo martirio è vivere), ma la sua trasfigurazione, ai miei occhi, è già iniziata.
Coraggiosamente egli testimonia la sua fede nella società, chiedendoci di fare quello che lui vorrebbe poter fare a sè stesso.
Responsabilità dolorosa.
Credo che il termine esatto sia compassione. Soffrire insieme.
Siamo in grado di essere compassionevoli?
Ecco, forse il problema sta qui.
Questo è il nostro specchio magico.

2 risposte a “Welby Law”

  1. lina besate scrive:

    La morte è il vero tabù dei nostri tempi, insieme all’invecchiamento.
    Ricordo quando mio padre si strappò, una sera che nonna s’era addormentata, tutti i tubi che lo tenevano in vita. Un’ora dopo era di nuovo un povero corpo circondato da tubicini.
    Oggi mi opporrei a tanto accanimento terapeutico; chiederei soltanto che non ci fosse dolore, se possibile.

  2. » Welbyana » Totanus.net » Blog Archive scrive:

    [...] Tre mesi or sono scrivevo di Welby e della sua battaglia drammatica contro la violenza che gli veniva usata.Ora si deve scrivere della libertà a lui negata.La vera libertà consiste forse nel poter difendere la propria dignità di uomini? Poter scegliere della propria vita, senza nuocere ad alcuno?Se di questo si tratta, qui e ora, non è possibile essere davvero liberi, pertanto sento di dovere particolare rispetto nei confronti di quell’eroe civile che ha coraggiosamente accompagnato Welby verso la morte. Questo medico ha vissuto in prima persona la tragedia della sofferenza e della morte di un uomo e se ne è generosamente fatto carico, di fronte a una società e una classe politica che, al di là delle vuote parole, ha rinunciato a considerare un malato come una persona senziente. [...]

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